Sulla superficie dello stagno

Christophe Constantin. Sulla superficie dello stagno

A cura di Valentina Muzi e TIST

«Chi dice romanticismo dice arte moderna, cioè intimità, spiritualità, colore, aspirazione verso l’infinito, espressi con tutti i mezzi propri delle arti», queste sono le parole del poeta francese Charles Baudelaire in uno dei suoi tanti scritti dedicati alla definizione del noto movimento culturale, riportate da Treccani.

Il sentimento dell’uomo si mostra e si esprime attraverso la pratica artistica, contrastando con vigore il saldo potere tenuto dalla ragione illuminista affermatasi poco tempo prima. La relazione che si instaura tra l’essere umano e la natura si rinnova confluendo in una duplice emozione, ovvero: provare un appagato senso di benessere, e -al tempo stesso- “rabbrividire con stupore” davanti all’incontrollabile forza del fenomeno.

Sulla base di questa attenzione puramente emotiva, Christophe Constantin avvia la sua ricerca attraverso la pratica del ready-made facendola propria, e approfondendo tutte quelle tematiche che rimandano ad un universo evidentemente romantico. Le nuances del movimento culturale riecheggiano nei diversi linguaggi utilizzati dall’artista, dalla pittura all’installazione, fino alle performance video.

Tramite il suo gesto, gli oggetti e le immagini del nostro tempo si declinano in una metafora dell’esistenza contemporanea, come nel progetto Sulla superficie dello stagno. Le superfici specchianti degli stagni disseminati per lo spazio espositivo amplificano le loro sfumature naturali e i toni artificiosi con cui sono stati concepiti e realizzati, sopra i quali delle candide ninfee vagano indisturbate.

Il rimando alla celeberrima serie di quadri di Claude Monet è indiscutibile, ma Constantin non intende omaggiare il noto pittore, bensì utilizzare il soggetto come espediente per attrarre lo spettatore e renderlo parte dell’opera. Infatti, nelle installazioni a terra e nei quadri, le superfici riflettenti -rese grazie alla pittura e agli specchi- abbattono i confini dello spazio per ampliarli in una dimensione “altra”.

Qui, le sagome del pubblico lasciano l’individuo per diventare pure e semplici immagini che coesistono con le ninfee. In questo modo, l’intero mondo esterno si incontra e si scontra con la sfera spazio-temporale creata dall’artista italo-svizzero, volta a sconvolgere emotivamente chi vi si relaziona.

Il ritmo veloce con cui viviamo il nostro presente si riflette e muta nelle brillanti e labili superfici, lì dove la realtà non può essere filtrata, lì dove la caducità dell’esistenza si esprime in tutta la sua crudele concretezza. A non essere coinvolte in questo tourbillon esistenziale sono le quiete e sintetiche ninfee, le quali reagiscono alla presenza del pubblico solo perché mosse dal suo continuo vagare per le opere. Così facendo i candidi fiori rimangono spettatori di un tempo che non gli appartiene, continuando a guardare la banale e paradossale voglia di controllo che l’uomo intende avere su qualsiasi cosa, anche se inafferrabile come il tempo ed imprevedibile come la vita.

Incorniciate nel loro habitat ideale, i fiori infondono un’idea di bellezza, purezza e forza, a cui l’uomo potrà continuare a guardare con immensa meraviglia, tendendovi senza mai raggiungerla pienamente, in un’altalenante – quanto costante- status di turbamento.

La mostra è realizzata con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura del Vallese.
Sponsor tecnico Vetreria Futa 2000 di Stecchetti Fabrizio & C. Snc