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Manuele Cerutti, QUEM GENUIT ADORAVIT

Manuele Cerutti. Quem genuit adoravit

Collezione Maramotti, Reggio Emilia

Manuele Cerutti, pittore torinese, presenta presso la Pattern Room della Collezione Maramotti QUEM GENUIT ADORAVIT, nuovo corpus di dipinti e opere su carta specificamente sviluppato in una dimensione progettuale originale.

Partendo da esperienze autobiografiche semplici quanto intense – la propria paternità e i primi anni di vita del figlio – Cerutti si è focalizzato sulla creazione di un’entità destinata ad assumere, inaspettatamente, sembianze infantili: una creazione inconsapevole, quasi involontaria, che attinge largamente al vissuto vegetativo delle piante e, nella tradizione alchemica, dei minerali.

Per anni l’artista ha infuso forma pittorica e presenza performativa a oggetti comuni – a volte mutili o frammentari, sempre privati della loro funzione primaria – che popolano il suo studio: una vecchia caffettiera, tubi e bastoni ritorti, scarti di plastica, ossi di pollo, sgabelli, palette, secchi e vasi multiformi divengono protagonisti di nature vive in cui i dettagli del quotidiano, attraverso nuove composizioni, si fanno interpreti di un tempo sospeso, originario, a tratti sacrale.

Tema iconografico ricorrente della nuova mostra è un telo per pacciamatura di plastica nera annodato intorno alla gamba dell’attante umano raffigurato nelle opere. Naturale estensione del suo corpo, questo involucro rimanda alla tecnica della margotta, che consente di ottenere nuove piante inducendo la nascita di radici a partire da un punto del fusto o di un ramo della pianta madre.

Questo metodo di riproduzione agamica, che avviene cioè mediante separazione di una parte qualsiasi del corpo dell’individuo genitore, si lega per consonanza all’esplorazione allegorica e mitologica dell’artista sulla partenogenesi, un tipo di riproduzione in cui la cellula-uovo è slegata dall’atto fecondativo.

Sullo sfondo della memoria di nascite straordinarie, al limite mostruose, nella mitologia antica, l’individuo al centro del racconto-per-immagini di Cerutti porta su di sé le sembianze dell’artista che, sottoposte a un costante processo di verifica e di moltiplicazione, debordano in soggetto universale.

Il soggetto di queste opere è afflitto da un’inestinguibile ferita alla gamba: una parte di sé che delicatamente avvolge con il telo, una ferita feconda di cui si prende costante cura, un’inaspettata materia germinativa che si dà come insorgenza di altre vite e direzioni. Questa figura archetipica sfugge alla definizione di eroe contemporaneo. Essa incarna piuttosto una difformità rispetto al canone, un’interruzione dello sviluppo lineare, suggerendo un sentimento di inadeguatezza e di fragilità. Elemento fuori equilibrio – spesso inserito e sospeso in rappresentazioni tanto articolate e dettagliate da apparire reali –, egli tenta, attraverso una serie di azioni, di assimilare la forma di conoscenza del bambino, riconoscendo nel movimento e nel procedere asimmetrico una via di possibilità.

Il territorio in cui si muove, oltre l’interno dello studio, è il paesaggio ai margini di Torino, quei luoghi familiari all’artista percorsi dall’entropia in cui la città inizia a ibridarsi con la campagna, dove i fiumi scorrono sotto ai cavalcavia, le rovine industriali si mischiano alle terre incolte e un sottopasso di cemento può magicamente trasformarsi in un monumentale portale atterrato da un racconto di fantascienza.
Ma il territorio di esplorazione è per Cerutti, in primo luogo, la pittura stessa, che egli definisce “impronta continua del fare”.

Che sia il soggetto a convocare la propria nitida apparizione sulla tela o il processo pittorico, con i suoi strati, le velature e le cancellazioni, a dare passo e sostegno alla composizione, la ininterrotta ricerca nel linguaggio pittorico riecheggia nell’andare del protagonista di queste opere, tra partecipazione e distacco, meriti e colpe, tentativi di recupero e rinunce: verso l’emergere di un attaccamento inesprimibile (a cui fa riferimento il titolo della mostra, “Adorò colui che generò”), è possibile inciampare nello stupore, creando nuove relazioni con il proprio stare nel mondo.

In occasione della mostra sarà realizzato un libro con contributi del sociologo Gian Antonio Gilli, del poeta e scrittore Valerio Magrelli e di Elena Volpato, curatrice e conservatrice presso la GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino.

Manuele Cerutti, Tutte le mani dormono, 2023-2024, olio su lino / oil on linen 240 x 345 cm © Manuele Cerutti. Courtesy the Artist and Guido Costa Projects. Ph. Roberto Marossi

In Collezione Maramotti’s Pattern Room, Turin-based painter Manuele Cerutti is presenting QUEM GENUIT ADORAVIT, a new group of paintings and works on paper developed specifically for this original project.

Drawing inspiration from simple, yet intense personal experiences – fatherhood, and the first few years of his son’s life – Cerutti depicts the generation of an entity that unexpectedly takes on childlike attributes: an unconscious, almost involuntary creation informed by the vegetative experience of plants and (in the tradition of alchemy) minerals.

For years now, this artist has been giving painted form and performative presence to the ordinary objects – sometimes mutilated or fragmented, always stripped of their original function – that fill his studio: an old coffee pot, twisted sticks and tubes, bits of plastic, chicken bones, stools, palettes, buckets and jars of all kinds. They take on central roles in “unstill lifes” where details from the everyday world, recomposed in new ways, become expressions of a suspended, primal, even sacred time.

A recurring image in the exhibition is a piece of black plastic landscape fabric knotted around the leg of the human figure who appears in the works. Almost a natural extension of his body, this binding alludes to marcotting, or layering: a technique that creates new plants by encouraging root growth at some point in the stem or branch of the original one.

This method of asexual propagation, achieved by detaching part of the parent’s body, ties into the artist’s allegorical, mythological exploration of parthenogenesis, a type of reproduction in which the egg cell develops without fertilization.

Amid echoes of the miraculous, even monstrous births found in ancient myth, the individual at the centre of Cerutti’s story in images bears the features of the artist, subjected to a process of constant examination and multiplication that ultimately transforms them into a universal figure.

The subject of these works is plagued by an incurable wound in his leg: a part of himself that he delicately wraps in the fabric, a fertile injury that he endlessly nurses, an unexpected point of germination that buds into other lives and paths. This archetypal figure does not fit the definition of a contemporary hero. Rather, he embodies a deviation from the canon, an interruption in linear development, evoking a sense of inadequacy and fragility. An element out of balance – often suspended within pictures so sophisticated and detailed that they seem real – he attempts, through a series of actions, to assimilate the child’s form of knowledge, recognizing that asymmetrical movement is a possible way forward.

The territory he travels through, moving beyond the studio, is the landscape on the outskirts of Turin: places the artist knows well, pervaded by entropy, where the city overlaps with the countryside, rivers flow under flyovers, industrial ruins mingle with empty fields and a concrete underpass can be magically transformed into a huge portal straight out of a sci-fi story.
But Cerutti’s realm of exploration is first and foremost painting itself, which he calls “a continual imprinting of action.”

Whether it is the subject that summons up its own vivid apparition on the canvas, or the painting process, with its layers, glazes and erasures, that makes way for the composition it underpins, one finds an endless investigation into the language of this medium that reverberates through the key figure’s journey. Through engagement and detachment, achievements and failures, attempts at reclamation and acts of renunciation, it is a movement towards the formation of an inexpressible attachment (which the exhibition title refers to: “She worshipped the one she bore”). And in it, one may stumble into awe, creating new relationships with existence.

The catalogue published in conjunction with the exhibition will feature texts by sociologist Gian Antonio Gilli, by poet and writer Valerio Magrelli and by Elena Volpato, curator and conservator at GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea in Turin.

Collezione Maramotti
Via Fratelli Cervi 66, Reggio Emilia
+39 0522 382484, info@collezionemaramotti.org, collezionemaramotti.org
Orari: giovedì e venerdì 14.30 – 18.30; sabato e domenica 10.30 – 18.30
Ingresso libero

Cover: Manuele Cerutti, QUEM GENUIT ADORAVIT, veduta di mostra / exhibition view Collezione Maramotti, Reggio Emilia. Ph. Roberto Marossi