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Notte Oscura. Conversation Piece Part VIII

Fondazione Memmo, Roma

Pauline Curnier Jardin, Victor Man, Miltos Manetas
A cura di Marcello Smarrelli

La Fondazione Memmo presenta dal 13 dicembre 2022 al 26 marzo 2023 Notte Oscura, l’ottava edizione di Conversation Piece, il ciclo di mostre a cadenza annuale a cura di Marcello Smarrelli dedicate agli artisti italiani e stranieri temporaneamente presenti a Roma, o che intrattengono un rapporto speciale con la città. Protagonisti quest’anno sono Pauline Curnier Jardin (borsista all’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici nel 2020), Victor Man e Miltos Manetas (artisti che da anni hanno eletto Roma come una delle loro città di riferimento).
Il succedersi delle varie edizioni crea un racconto per capitoli che affronta argomenti sempre diversi, legati al dibattito critico sul contemporaneo, toccando aspetti che riguardano la storia dell’arte, ma anche questioni di stretta attualità su cui gli artisti sono invitati a confrontarsi attraverso uno scambio aperto tra di loro e con il curatore.

Notte Oscura, il titolo di questa edizione, è tratto dagli scritti di Giovanni della Croce (1542-1591) santo, mistico e dottore della Chiesa, considerato uno dei più importanti poeti spagnoli. La poesia Notte oscura dell’anima, scritta quasi in fin di vita durante un periodo di prigionia, racconta l’esperienza personale delle sue estasi notturne, in cui l’oscurità diventa la metafora delle avversità e degli ostacoli che si incontrano nel distaccarsi dai legami con il mondo sensibile per raggiungere la luce.
La notte, come metafora, si adatta perfettamente anche a Roma e alla sua storia millenaria. Città di luce e splendore, che riverbera dalla maestosa bellezza dei suoi monumenti, dalle architetture e dalle opere custodite al loro interno, Roma è anche città di catacombe, criptoportici e rovine, che rimandano a un’immagine oscura e segreta, un’ambivalenza resa plastica dalla contrapposizione, tutta barocca, tra la pittura inondata di luce dei Carracci e quella intrisa di tenebre del Caravaggio.
L’alternanza tra luce e ombra è spesso impiegata per descrivere la contrapposizione tra bene e male, tra vero e falso, conoscenza e ignoranza; eppure, il buio e l’oscurità, come insegna Giovanni della Croce, possono essere considerati momenti di attesa e decantazione del pensiero, di ambiguità seducenti e complesse, una fase cruciale nel percorso verso la conoscenza e la rivelazione.

Attraverso le opere degli artisti invitati, la mostra vuole presentare diversi modi di concepire la notte. Una riflessione che inviti a considerare il buio come un fattore d’ispirazione e creatività, controparte necessaria dell’illuminazione; una condizione – quella dell’oscurità – che possa aiutarci a comprendere e vivere meglio i “fuochi” che agitano la contemporaneità, tra guerre, pandemie e profondi contrasti che minano la nostra capacità di resistenza, il rapporto con l’ambiente e la civile coesistenza tra le persone.

 Pauline Curnier Jardin (Marsiglia, Francia, 1980) partecipa a Conversation Piece con un’installazione site specific incentrata attorno a una serie di sei bassorilievi in ceramica smaltata realizzati per il progetto Luna Kino, ispirato al cinema Luna Lichtspiegel, fondato nel 1914 e tenuto aperto durante e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale da un gruppo di donne. L’artista propone una “trasfigurazione” dello spazio architettonico che ospita i bassorilievi: l’intervento su luci e colori della sala e la presenza delle opere creano un universo oscuro, che rimanda all’immaginario lunare tanto quanto alle ceneri e alle macerie.
Dal fondo scuro dei bassorilievi emergono delle figure femminili che sembrano illuminate da una luce selenitica e indossano maschere che ricordano le fasi lunari. Queste figure sono direttamente ispirate alle trümmerfrauen, le donne che si occupavano di rimuovere le macerie che invadevano le strade delle città dilaniate dai bombardamenti, le cui foto venivano fatte circolare come strumento per accrescere il senso di appartenenza e la voglia di riscatto del popolo tedesco.
L’intervento di Pauline Curnier Jardin porta il nostro sguardo su diversi universi e condizioni femminili sia della storia recente che dell’attualità, ricordando l’intraprendenza e il ruolo storico di donne la cui storia è stata dimenticata o distorta e puntando i riflettori sulla violenza subita dai corpi femminili.

Victor Man (Cluj-Napoca, Romania, 1974) presenta un importante corpus di opere realizzate in questi ultimi anni. Si tratta di dipinti caratterizzati da tinte scure e da una “temperatura” notturna, attraversate da una forte carica introspettiva, giocate continuamente sulla soglia di un’interpretazione che annuncia e rifiuta ogni possibilità di lettura. Letteratura e storia dell’arte, memoria collettiva e vissuto personale sono gli elementi con i quali l’artista tesse un racconto che non segue una linea temporale definita, all’interno del quale le distinzioni tra presente e passato, finzione, immaginazione e realtà sono abolite. I soggetti di Man sembrano attingere a elementi e contesti naturali, ma l’immagine della natura appare filtrata e rivisitata dal suo sguardo e riproposta in una versione tutt’altro che edulcorata e consolatoria. La figura umana, spesso al centro delle sue opere, viene mostrata solo attraverso dettagli o punti di vista che ne evidenziano i tormenti e il carattere perturbante, oscuro. Man crea enigmi visivi piuttosto che fornire soluzioni interpretative e l’unica possibilità di comprensione utile per decifrare queste tele è data dalla necessità di trovare una mediazione tra pittore e osservatore, chiamati entrambi ad accettare l’indecifrabilità delle cose dietro la loro illusoria permanenza. Ma al di là dei soggetti su cui di volta in volta l’artista decide di soffermarsi, queste opere contribuiscono a creare un’ambientazione contemplativa e misteriosa in cui è la pittura – con la sua irriducibile presenza – a illuminare lo spazio.

Miltos Manetas (Atene, Grecia, 1964) propone un progetto in situ, un working in progress realizzato tracciando e cancellando le immagini prodotte dal suo “giovanissimo assistente” DALL-E (algoritmo di intelligenza artificiale in grado di generare immagini da descrizioni testuali), “nato” il 5 gennaio 2021. DALL-E risponde a richieste del tipo “Dipingi in stile rupestre due cani che guardano cellulari e computer portatili” oppure “Disegna un serpente che spiega internet a un cavallo”.
Con elementi riprodotti da tali immagini, Manetas ricrea uno dei suoi celebri #ManetasFloatingStudio, studi fluttuanti che l’artista materializza in diversi luoghi attraverso una (anti)pittura leggera ed effimera prodotta versando sapone liquido sopra pigmenti di colore.
Essendo la parete priva di una preparazione di base, il colore resta “appeso” invece di rivestirla con una crosta cristallizzata come succede nella pittura murale. La superficie acquista così una fluidità più vicina a quella di uno schermo di computer che a quella di un dipinto, diventando lo sfondo cangiante dove si stratificano interventi pittorici successivi, ma anche proiezioni di altre “forme di vita digitali”, dando vita a delle vere e proprie architetture o ambienti virtuali che l’artista definisce “caverne contemporanee”. Nel vortice di immagini che si genera, trova spazio anche la proiezione di ManintheDark.com (2004), un proto-NFT sotto forma di sito web, dove, come suggerisce il titolo, una figura “umanoide” fluttua nell’oscurità, trasformandosi nella metafora della condizione umana di fronte alla conoscenza, in particolare a quella apparentemente infinita e inesauribile del web.
L’intervento di Manetas, che accoglie il visitatore all’inizio del percorso espositivo, diventa l’incipit ideale di un dispositivo che tiene insieme esperienza estetica e sapere, con i loro lati più oscuri, modificando la propria forma nel corso del tempo: anche dopo l’inaugurazione, infatti, l’artista continuerà a intervenire – notte-dopo-notte – nello spazio, assecondando il proprio impulso creativo da lui definito “Existential Computing”, un calcolo esistenziale.

In mostra sarà esposta anche una rara edizione del 1707 degli scritti di Giovanni della Croce tradotti in italiano, prestito proveniente dalla Biblioteca Oliveriana di Pesaro.
La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione in uscita nella primavera del 2023.

Conversation Piece nasce dalla volontà della Fondazione Memmo di monitorare costantemente la scena artistica contemporanea della città e, in particolare, l’attività delle accademie e degli istituti di cultura stranieri, dove tradizionalmente completano la loro formazione nuove generazioni di artisti provenienti da tutto il mondo. Attraverso queste mostre e altre iniziative, la Fondazione Memmo vuole porsi come un amplificatore del lavoro di queste istituzioni. Il titolo del ciclo si ispira a uno dei film più famosi di Luchino Visconti, Gruppo di Famiglia in un interno (Conversation Piece, 1974), una chiara metafora del confronto tra generazioni e dei rapporti di odio e amore tra antico e moderno; ma Conversation Piece era anche un genere pittorico diffuso tra XVII e XVIII sec., caratterizzato da gruppi di persone in conversazione tra loro o colti in atteggiamenti di vita familiare. La mostra, oltre a rappresentare un’occasione di confronto e di dialogo con Roma, si offre come momento di discussione tra personalità artistiche differenti tra loro nell’intento di far convergere energie, saperi e metodi diversi in un unico evento espositivo. Negli anni hanno partecipato quasi quaranta artisti internazionali fra cui Yto Barrada, Eric Baudelaire, Rossella Biscotti, Jos de Gruyter & Harald Thys, Piero Golia, Francesca Grilli, Invernomuto, Jonathan Monk, Philippe Rahm, Julian Rosefeldt, Marinella Senatore.

Fondazione Memmo
Via Fontanella Borghese 56/b, Roma
+39 06 68136598, info@fondazionememmo.it, www.fondazionememmo.it
Orari: da lunedì a domenica 11.00 – 18.00 (martedì chiuso)
Ingresso libero

Copertina: Fondazione Memmo, Pauline Curnier Jardin. Foto Daniele Molajoli