kaw paw ree uhl, 2021

Prinz Gholam. While Being Other

Mattatoio, Roma

A cura di Angel Moya Garcia

Prinz Gholam è un duo di artisti composto da Wolfgang Prinz e Michel Gholam, vincitori del Premio Roma Villa Massimo 2020/21, che sviluppa, da vent’anni, una pratica performativa indirizzata a reinterpretare attraverso il corpo i più eterogenei riferimenti culturali, dai dipinti antichi alle sculture, dall’arte contemporanea ai film e alle immagini dei media. I loro lavori, spesso realizzati in luoghi storicamente rilevanti come musei, siti archeologici o spazi pubblici, suggeriscono e svelano come le nostre esistenze siano influenzate da processi di assimilazione culturale. Una serie di assorbimenti graduali o repentini che spingono gli individui o i gruppi verso il progressivo e passivo abbandono della propria cultura per cercare di assumere quella dominante, ritenuta più sofisticata o prestigiosa rispetto alla propria, portando alla perdita di molte o tutte le caratteristiche culturali che rendevano il gruppo differente e distinguibile. In questo modo Prinz Gholam, avendo loro stessi origini in culture diverse, svolgono un’indagine, composta di azioni e gesti minimi, ridotti, sottili e coreografati, sul processo di formazione degli standard normativi e formali riconosciuti convenzionalmente nel campo dell’estetica e della mitologia, rendendo visibile la nostra fascinazione e la nostra adesione a determinati canoni culturali prevalenti.

Nel progetto While Being Other, presentato nel Padiglione 9B del Mattatoio all’interno del programma triennale Dispositivi Sensibili, gli artisti espandono la loro ricerca sulla percezione del sé e del corpo come assunti culturali attraverso performance, oggetti e disegni di grandi dimensioni. L’articolazione del progetto si configura come una coreografia in continuo divenire in cui una sequenza di lavori, presenze, spostamenti, gesti e intervalli di movimenti sono concepiti a partire da riferimenti culturali specifici e intrecciati tra di loro attraverso una molteplicità di maschere che invadono lo spazio espositivo.
L’uso rituale delle maschere è documentato fin dal Paleolitico superiore ed è diffuso ancor oggi in tutti i continenti, anche se non in tutte le culture, così come è da sempre assodato che l’atto di concepirle e indossarle implichi normalmente il desiderio di cancellare o nascondere temporaneamente l’individualità umana del soggetto. Tuttavia, quest’accezione atavica è stata completamente sradicata e allo stesso tempo rivitalizzata dall’insorgere del Covid-19 che ha letteralmente posto in primo piano il concetto stesso di maschera, la riconoscibilità di fronte al rischio dell’anonimato, la dialettica tra protezione e ornamento o la rivendicazione sociale, culturale ed economica dell’individuo all’interno del proprio contesto di riferimento.

In quest’ottica, l’approccio intuitivo e soggettivo con cui Prinz Gholam lavorano sulle maschere permette l’associazione con molteplici aspetti storici legati a questo simbolo, ma gli artisti lo inseriscono in un’attualità che sovverte ogni suo significato originario, creando un’ambiguità che viene evidenziata nel progetto dalla continua successione di rimandi e dalla circolarità nella lettura dei lavori.
Lo spazio espositivo è attraversato da una serie di disegni di grandi dimensioni, realizzati durante la loro residenza a Villa Massimo, che derivano dal loro incessante e quotidiano processo di creazione di materiale visivo e di elementi performativi. Questi disegni sono sovrastati e accompagnati da maschere che ci osservano, immobili e statiche, a prescindere dalla loro funzionalità. Un’attenzione verso lo sguardo che viene amplificata da un’installazione ambientale, configurata tramite una moltitudine di pietre di piccolo formato, raccolte in diversi continenti dal 2017. Attraverso minuscole alterazioni, le pietre diventano volti individuali, personaggi stravaganti o maschere, attivando la nostra capacità di proiettare la presenza umana in elementi naturali e geologici. Una miriade di volti che ci osservano che diventa, a sua volta, materiale coreografico attivato da una serie di performance in cui gli artisti compiono gesti che vengono travolti dalla mancanza di riferimenti specifici a priori di chi li sta compiendo, protagonisti del proprio lavoro ma celati nel proprio anonimato. Gesti inizialmente impostati, studiati e preparati che diventano gradualmente abitudini comportamentali, pratiche normative e convenzionali, la cui specificità invita il pubblico a relazionarsi con ciò che vede e con il proprio comportamento.

Il progetto presenta un universo sottoposto allo sguardo dominante, attivando, riposizionando e declinando in vari modi la dialettica tra la dimensione culturale e il mondo in cui viviamo. Una ricerca in cui l’individualità viene celata e che evidenzia il bisogno dell’alterità per autodefinirsi, ma anche una critica alla necessità di nascondersi dietro a una maschera fisica o comportamentale davanti a stereotipi, critiche e luoghi comuni come, ad esempio, la condizione politica, sociale e sessuale di chi li indossa, qualora fuoriesca da quello che viene codificato, spesso da un punto di vista semplificato e unilaterale, come normalità.

Un ambiente in cui i riferimenti storici e culturali sono delocalizzati e che, di conseguenza, è volto a cercare una negoziazione tra le convenzioni collettive legate al corpo, la concezione subordinata a determinati archetipi del sé e l’ambiente sociale in cui viviamo. Un progetto in cui si analizza come i paradigmi e il patrimonio culturale ereditato spesso diventino fantasie e fantasmi che sono utilizzati per stabilire società omologate, senza considerare le diversità geografiche o temporali e gli individui che le costituiscono. Una stratificazione di significati e riferimenti che indaga sulle corrispondenze tra antichità e contemporaneità o tra diversità e omologazione culturale e, contestualmente, si interroga su chi osserva e chi viene osservato, chi riconosciuto e chi ignorato, chi riesce a far emergere la propria identità e chi resta intrappolato nell’anonimia, in una correlazione continua tra presenza, io e perdita.

Stones, 2017 e ongoing. Copyright Prinz Gholam.

Mattatoio | Padiglione 9B
Piazza Orazio Giustiniani 4, Roma
info.mattatoio@palaexpo.it, www.mattatoioroma.it
Orari: martedì, mercoledì, giovedì e domenica dalle ore 11 alle 20; venerdì e sabato dalle ore 11 alle 22
Ingresso gratuito

In collaborazione con Accademia Tedesca Roma Villa Massimo

Performance
“While Being Other” – Padiglione 9B Mattatoio di Roma
13 luglio, ore 19-20(su prenotazione)
17 luglio, ore 19-20 (su prenotazione)
Performer: Prinz Gholam

Performance/Presenze – Padiglione 9B del Mattatoio dal venerdì alla domenica dalle ore 18 fino alle 20 per tutta la duratadella mostra, tranne dal 9 al 22 agosto.
Performer: Brianda Carreras, Cosimo Desii, Flavia Gramaccioni e Benedetto Patruno

Performance “While Being Other” – Altrove 2 settembre, ore 19-20 (su prenotazione)
4 settembre, ore 19-20 (su prenotazione)
Performer: Prinz Gholam

Immagine di copertina: kaw paw ree uhl, 2021 – matita colorata su tela, 6 maschere (matite colorate su carta, elastico) – 215 x 507 cm. Copyright Prinz Gholam.