Il titolo della mostra collettiva evoca un passato più che recente: l’altroieri è un’espressione colloquiale che spesso viene utilizzata per raccontare una memoria che, nonostante si sia sedimentata da tempo, ancora ci lascia increduli per la velocità con cui il tempo trascorso l’ha fatta diventare tale.
I lavori esposti al piano terra della Galleria Doris Ghetta raccontano le possibilità di un immaginario, individuale o collettivo, che nasce dalle storie del passato e forma le narrazioni del presente. Muovendosi nel regno della memoria, le antiche leggende si mescolano alle genealogie contemporanee, confondendo il confine tra ciò che è realmente accaduto e ciò che è stato immaginato, accedendo così a una dimensione in cui memoria e sogno fanno parte dello stesso regno.
Nelle opere di Teodora Axente, Aron Demetz, Ciprian Mureşan e Nicola Samorì mondi popolati da icone, creature misteriose, simbologie nascoste e riferimenti a immagini del passato e della storia dell’arte si incontrano in un vortice di riferimenti intrecciati tra loro e inestricabili.
La fonte di ispirazione delle opere di Axente sono i testi biblici, l’iconografia ortodossa-bizantina, i paramenti dei sacerdoti o dei vescovi. L’artista rumena si relazione ai soggetti dei suoi dipinti come a una materia che si trasforma sempre da uno stato all’altro e che in tutto questo processo percorre una via sempre esoterica (segreta, iniziatica, misteriosa). Axente racconta in parte questa trasformazione dell’individuo attraverso gli abiti e gli oggetti che compongono la composizione, che mira piuttosto al soprannaturale.
Il lavoro sculturale presentato da Aron Demetz invece ci parla di un passato sospeso: due individui si mostrano scevri di qualsiasi possibilità di identità e identificazione. Spogliati delle loro vesti e dunque dei loro relativi ruoli e posizioni sociali ed economiche si mostrano come antichi guardiani di un portale che invece ricorda in modo molto preciso un’architettura ecclesiastica di epoca gotica. Chi sono i due uomini? Che tipo di relazione hanno tra di loro? Che cosa fanno di fronte a questa struttura? L’opera di Demetz porta lo spettatore a farsi queste domande e allo stesso tempo ad entrare in una dimensione dove queste non sono necessarie ma devono rimanere sospese.
Il dialogo tra le due opere di Nicola Samorì racconta una volontà precisa: l’intenzione di sospendere i tempi archeologici e rivelare quanto l’arte possa essere “un foro nel tempo, qualcosa che ne anestetizza la corsa”. Il piccolo volto tracciato intorno al geode innestato nel blocchetto di onice è una pittura che è possibile guardare come elemento plastico mentre la scultura di marmo nero annienta la plasticità classica torcendosi su se stessa e decostruendo la forma canonica del monumento di epoca romana.
Ciprian Mureşan espone una serie di cinque disegni che di fatto tracciano il ritratto di un unico soggetto: un amico dell’artista che viene presentato più volte ma il cui volto non si vede mai. Il protagonista della serie di Mureşan è un uomo che esiste solo perché frutto della storia passata: quella familiare che lo ha portato ad esistere ma anche quella storica e più profonda, legata ai passati più ancestrali che stanno alla base di molteplici culture che oggi sembrano non voler ricordare il loro trascorso comune.
Si ringrazia la galleria Monitor, Roma, Lisbona, Pereto per le opere di Nicola Samorì.
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The Day Before Yesterday
Teodora Axente, Aron Demetz, Nicola Samorì, Ciprian Mureșan
Il titolo della mostra collettiva evoca un passato più che recente: l’altroieri è un’espressione colloquiale che spesso viene utilizzata per raccontare una memoria che, nonostante si sia sedimentata da tempo, ancora ci lascia increduli per la velocità con cui il tempo trascorso l’ha fatta diventare tale.
I lavori esposti al piano terra della Galleria Doris Ghetta raccontano le possibilità di un immaginario, individuale o collettivo, che nasce dalle storie del passato e forma le narrazioni del presente. Muovendosi nel regno della memoria, le antiche leggende si mescolano alle genealogie contemporanee, confondendo il confine tra ciò che è realmente accaduto e ciò che è stato immaginato, accedendo così a una dimensione in cui memoria e sogno fanno parte dello stesso regno.
Nelle opere di Teodora Axente, Aron Demetz, Ciprian Mureşan e Nicola Samorì mondi popolati da icone, creature misteriose, simbologie nascoste e riferimenti a immagini del passato e della storia dell’arte si incontrano in un vortice di riferimenti intrecciati tra loro e inestricabili.
La fonte di ispirazione delle opere di Axente sono i testi biblici, l’iconografia ortodossa-bizantina, i paramenti dei sacerdoti o dei vescovi. L’artista rumena si relazione ai soggetti dei suoi dipinti come a una materia che si trasforma sempre da uno stato all’altro e che in tutto questo processo percorre una via sempre esoterica (segreta, iniziatica, misteriosa). Axente racconta in parte questa trasformazione dell’individuo attraverso gli abiti e gli oggetti che compongono la composizione, che mira piuttosto al soprannaturale.
Il lavoro sculturale presentato da Aron Demetz invece ci parla di un passato sospeso: due individui si mostrano scevri di qualsiasi possibilità di identità e identificazione. Spogliati delle loro vesti e dunque dei loro relativi ruoli e posizioni sociali ed economiche si mostrano come antichi guardiani di un portale che invece ricorda in modo molto preciso un’architettura ecclesiastica di epoca gotica. Chi sono i due uomini? Che tipo di relazione hanno tra di loro? Che cosa fanno di fronte a questa struttura? L’opera di Demetz porta lo spettatore a farsi queste domande e allo stesso tempo ad entrare in una dimensione dove queste non sono necessarie ma devono rimanere sospese.
Il dialogo tra le due opere di Nicola Samorì racconta una volontà precisa: l’intenzione di sospendere i tempi archeologici e rivelare quanto l’arte possa essere “un foro nel tempo, qualcosa che ne anestetizza la corsa”. Il piccolo volto tracciato intorno al geode innestato nel blocchetto di onice è una pittura che è possibile guardare come elemento plastico mentre la scultura di marmo nero annienta la plasticità classica torcendosi su se stessa e decostruendo la forma canonica del monumento di epoca romana.
Ciprian Mureşan espone una serie di cinque disegni che di fatto tracciano il ritratto di un unico soggetto: un amico dell’artista che viene presentato più volte ma il cui volto non si vede mai. Il protagonista della serie di Mureşan è un uomo che esiste solo perché frutto della storia passata: quella familiare che lo ha portato ad esistere ma anche quella storica e più profonda, legata ai passati più ancestrali che stanno alla base di molteplici culture che oggi sembrano non voler ricordare il loro trascorso comune.
Si ringrazia la galleria Monitor, Roma, Lisbona, Pereto per le opere di Nicola Samorì.
Galleria Doris Ghetta Ortisei
Pontives 8
+39 366 1500 243, +39 393 9323927, info@galleriaghetta.com, www.dorisghetta.com
Orari: martedì – venerdì 15 – 18
Ingresso gratuito
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