Giulio Delve, Carazia, 2020

Utopia Distopia: il mito del progresso partendo dal Sud

Museo Madre, Napoli

Francesco Arena, Betty Bee, Joseph Beuys, Monica Biancardi, Bianco-Valente, Antonio Biasiucci, Tomaso Binga, Eduardo Castaldo, Tonino Casula, Patty Chang e David Kelley, Danilo Correale, Riccardo Dalisi, Alexandre de Cunha, Giulio Delvè, Maria Adele Del Vecchio, Romina De Novellis, Baldo Diodato, Salvatore Emblema, Bruna Esposito, Cherubino Gambardella, Eugenio Giliberti, Didi Gnocchi, Goldschmied & Chiari, Gruppo XX, John DiLeva Halpern, Rebecca Horn, Michele Iodice, Mimmo Jodice, Kiluanji Kia Henda, Désirée Klain e Matteo Antonelli, Maria Lai, Ibrahim Mahama, Domenico Antonio Mancini, Lina Mangiacapre, Umberto Manzo, Raffaela Mariniello, Margherita Moscardini, Raffaela Naldi Rossano, Temitayo Ogunbiyi, Catherine Opie, Giulio Paolini, Athena Papadopoulos, Perino & Vele, Felice Pignataro, Giulia Piscitelli, Paolo Puddu, Annalisa Ramondino, Justin Randolph Thompson, Francesco Rosi, Mathilde Rosier, Rosy Rox, Melita Rotondo, Roxy in the Box, Franco Silvestro, Eugenio Tibaldi
A cura di Kathryn Weir

La Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee inaugura la nuova stagione del Madre, il museo d’arte contemporanea della Regione Campania.

La riapertura avviene sotto il segno di Utopia Distopia: il mito del progresso partendo dal Sud, prima esposizione curata da Kathryn Weir, nominata Direttrice artistica del Madre nel 2020.
Concepita in relazione alla collezione del Madre, la mostra presenta opere di cinquantacinque artisti, sia italiani, di cui ben trentatré campani, che non italiani, alcuni dei quali hanno lavorato nel nostro territorio per la produzione delle loro opere, approfondendo temi di stringente attualità.
Vengono indagate le pratiche contemporanee che hanno risposto ai massicci cambiamenti sociali dell’ultimo mezzo secolo: urbanizzazione, industrializzazione, creazione di nuove periferie urbane, svuotamento delle campagne, lotte relative alle libertà e alle restrizioni del corpo.
Sei sezioni – Spazio Urbano, Spazio Rurale, Spazio Periferico, Spazio Industriale, Spazio Extraterritoriale e Spazio del Corpo – culminano in una sala finale che simboleggia l’apertura alla possibilità di immaginare un futuro altro.
La mostra propone un’analisi delle speranze utopistiche messe a confronto con le esperienze distopiche dell’era moderna, con particolare attenzione al Mezzogiorno, oltre alla rappresentazione del sostanziale fallimento delle logiche, a volte violente, che muovono l’ideologia del progresso – fallimento di un sistema che si è sovraccaricato di cui abbiamo vissuto la dimostrazione durante il periodo della pandemia.

In occasione della mostra, sette opere entrano in collezione attraverso acquisizioni e donazioni. L’iconica opera di Joseph Beuys Casa Orlandi (1971), con la quale il museo celebra anche la ricorrenza del centenario della nascita dell’artista tedesco, è stata il punto di partenza del manifesto della sua mostra a Napoli del 1971, La rivoluzione siamo noi. L’immagine fu scattata nel viale d’ingresso di Villa Orlandi ad Anacapri, dove per tutti gli anni Settanta e Ottanta Pasquale Trisorio e la sua famiglia ospitarono artisti e intellettuali di ogni provenienza.
Nella serie Vapori (1983-1987), Antonio Biasiucci descrive drammaticamente il gesto dell’uccisione del maiale, momento rituale e di solidarietà nella cultura contadina, sottratto, nelle immagini, alla condizione profana e cristallizzato in una dimensione altra: i vapori creano l’atmosfera di un rito metafisico di interdipendenza e connessione spirituale tra esseri umani e non-umani.
I lavori di Tomaso Binga, alter ego artistico di Bianca Menna, La castellana (1971) e Oblò (1972), sono collage realizzati riciclando gli imballaggi di polistirolo: “oggetti immagine” derivati da materiali di scarto che sono usati come meccanismo di visione ed esposizione di rappresentazioni della donna ideale prese nelle riviste di moda degli anni Settanta.
Il lightbox Tetti di case – Quartieri spagnoli, Napoli (2011 [2001]) di Raffaela Mariniello è tratto dalla serie Napoli veduta immaginaria, contenente i ritratti di diverse aree di Napoli e del territorio circostante, che cambiano lo sguardo sulla città proponendo visioni forti che escono dagli stereotipi delle vedute idealizzate.
I due collage di grandi dimensioni di Ibrahim Mahama Red Rivers e The Garden of Eden (2020), realizzati a Napoli nell’ambito del progetto Art-Ethics in collaborazione con la Luiss Business School, propongono su tela la riproduzione fotografica reiterata di due mappe del Ghana, su cui l’artista ha giustapposto fotografie ritagliate di due blocchi degli stabilimenti dell’area dismessa dell’Italsider di Bagnoli.
Le fotografie Flotsam Jetsam (2007), di Patty Chang e David Kelley, esaminano il rapporto tra paesaggio, identità e memoria in riferimento alla costruzione della diga delle Tre Gole in Cina, che ha richiesto il trasferimento di oltre un milione di persone e comportato dei forti mutamenti dello spazio rurale, invaso dalla presenza di enormi infrastrutture.
In Cornucopia (1987-88), Lina Mangiacapra ha usato l’arte e la creatività in chiave femminista come forma di contrapposizione al sistema patriarcale dominante negli anni Settanta. Nei suoi collage propone provocatoriamente una visione estetizzante e depauperante della donna, ridotta a icona di bellezza e immagine da copertina.
In occasione della mostra saranno presentate per la prima volta al Madre le opere di Margherita Moscardini Inventory. The Fountains of Za’atari (2018), risultata vincitrice della I edizione del bando Italian Council 2017 – ideato dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane (DGAAP) del Ministero della Cultura – e Mind the gap (2020-2021) di Paolo Puddu, progetto vincitore di Cantica21, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Mic.

Note del curatore:
Il modernismo e l’associata idea del progresso affermano la capacità degli esseri umani di rimodellare la propria vita e il proprio ambiente con l’aiuto della tecnologia e della scienza, creando infrastrutture moderne e dando accesso a servizi medici, all’educazione e al lavoro salariato. Nuove scelte e libertà erano le prospettive delle donne e degli individui emarginati o economicamente svantaggiati. Molti di loro si sono trovati isolati nelle periferie, in piccoli nuclei familiari e con un lavoro precario, mal pagato e pericoloso. Aprire spazi di scambio e sperimentazione artistica nelle periferie è stata una delle grandi utopie che hanno animato diversi artisti nel contesto napoletano a partire dalla fine degli anni Sessanta. Allo stesso tempo, numerose artiste hanno interpretato, attraverso le loro opere, la visione mediatica dominante della donna come oggetto sessuale, lontana dall’indipendenza e dal rispetto dichiarato da una società che si proclamava progressista. Viene esplorato anche il potenziale dell’intervento artistico di aprire spazi di trasformazione all’interno di realtà distopiche, e di creare alternative. Un gran numero di artisti ha cercato la via d’uscita da un apparente vicolo cieco, mettendo in discussione, in prospettiva storica, l’ordine costituito e le norme comunemente accettate.
Dal periodo dell’unificazione d’Italia, vissuta spesso come l’indebita imposizione di un sistema economico e sociale settentrionale, l’esistenza di un sud svalorizzato e sfruttato viene rinforzata. Il progresso e il sistema economico di crescita del capitale hanno richiesto un’espansione costante, lavoro a basso costo, nuove risorse. Nel Mezzogiorno questo sistema ha portato all’espropriazione dei terreni e alle migrazioni verso il nord e le grandi città, con la conseguenza della perdita delle radici, dell’identità culturale e della memoria.
Il sociologo francese Pierre Bourdieu ha definito il neoliberismo come “un programma di distruzione delle strutture collettive capaci di ostacolare la logica del mercato puro” (Le Monde diplomatique, dicembre 1998). Nonostante ciò, il sud si afferma come territorio dove queste strutture e i relativi valori vengono preservati, e dove si celebra ancora, collettivamente, l’estrema bellezza e fragilità dell’esistenza: un territorio dove si può immaginare un altro futuro.

Domenico Antonio Mancini, La periferia vi guarda con odio, 2019. Neon 250 cm tubo, neon 8 mm. Edition of 3 + 1 AP. Credito fotografico: Danilo Donzelli. Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano e Napoli

Museo Madre
Via Settembrini 79, Napoli
081.199.78.017, info@madrenapoli.it, www.madrenapoli.it
Orari: lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì e sabato dalle 10.00 alle 19.30. Domenica dalle 10.00 alle 20.00
Biglietti: intero 8 euro; ridotto 4 euro

Immagine di copertina: Giulio Delvè, Carazia, 2020. Portiere delle auto di Carabinieri e Polizia. Credito fotografico: Giorgio Benni. Courtesy l’artista